Il Castelvecchio di Campese e gli Ezzelini

A Campese, come in molte terre del Pedemonte e del Canale di Brenta, si racconta di Ezzelino. La memoria, ormai, è di pochi ma il Castelvecchio suscita ancora ricordi di sotterranei che si congiungono al luogo di San Martino e al Monastero. Ovviamente, visto che ora nessuno è in grado di trovarne gli ingressi, gli unici che possono testimoniare sono i “vecchi” e il tutto fa parte di quel notevole patrimonio di storie che, anche se raccolte per iscritto, hanno una loro vita nella tradizione orale che avvolge tenacemente e rende vivi, per ogni generazione, gli avvenimenti antichi della terra di Campese.

La casa dei Camoi o Castelvecchio, secondo la tradizione, è la più antica del paese e la tradizione ritiene sia dotata di sotterranei, le famose gallerie, che la collegherebbero a San Martino e al Monastero di Santa Croce; di queste non si è mai trovato traccia certa. Un tempo le pareti interne erano decorate con affreschi ora non più esistenti. La leggenda narra che sia appartenuta ad Ezzelino il tiranno che vi avrebbe ucciso e sotterrato nelle cantine adiacenti alla torre la moglie infedele. Si afferma che questo sia scritto su in libro che, passato d mano in mano, non è più –purtroppo– rintracciabile.

Di Santa Croce (il Monastero) si dice che ci fosse il sepolcro di famiglia, ma nelle storie del paese il ricordo di Ezzelino è legato al Castelvecchio.
Attualmente si presenta come un robusto mastio, adattato agli usi civili, mozzato nella parte superiore probabilmente tra la fine del 1400 e i primi decenni del 1500, quando nella terraferma veneta le case fortificate vennero smantellate o comunque rese inoffensive. E` addossato al monte con la parete occidentale che presenta ancora due feritoie sguanciate. La facciata a Sud presenta un portale ogivale decorato in cotto. Gli angoli sono irrobustiti da grosse pietre da taglio in arenaria, della stessa qualità e fattura di quelle usate, come pietre angolari, nel monastero di S. Croce. A proposito delle somiglianze con il Castelvecchio l’Arciprete Sartori scriveva che quasi certamente il monastero era stato edificato utilizzando, in parte, le mura di una fortezza preesistente nel luogo stesso di Santa Croce: “per la perfetta somiglianza che hanno con un vecchio castello lontano circa un quarto di miglio ad Ovest-Nord della canonica a piedi proprio del monte che tuttora interesiste ridotto però ad uso di abitazione e per la fondata tradizione che vi ha in questo Paese che un tempo un sotterraneo metteva in comunicazine questo castello col monastero... dissi fondata giacchè è certo che lungo i campi che conducono a questo castello si trovavano delle volte sotterranee... e poi è dalla storia comprovato che prima dei Benedettini apparteneva quel luogo agli Eccelini” [1]. Nella parte superiore si vedono le buche pontaie degli sporti e delle bertesche.
Bellissimi ferri da stanga sono ancora in opera sulla parete Est e fino a pochi anni fa ne esistevano anche sulla parete Sud.
Questi ferri, risalenti all’uso medievale, sono un’autentica rarità e gli unici sopravvissuti nel territorio.

La casa fortificata occupava l’angolo Nord-Ovest di una corte cintata con muro cui si accedeva da un cancello posto sul lato Nord.
All’interno della corte non c’erano altri edifici, esclusa una piccola casa addossata al monte. La bottega del fabbro, almeno nel luogo dove era conosciuta prima della distruzione avvenuta alla fine degli anni ’60 dello scorso secolo, fu edificata tra la fine del 1700 e i primi anni del 1800.

Vista la tradizione campesana questo dovrebbe essere il luogo che sognò Ezzelino prima della battaglia di Cassano d’Adda che segnò la fine della sua signoria e della sua vita. Il Cronista Rolandino racconta: “… messosi a letto e datosi al sonno, gli apparve di aver visto una visione di questo genere: che era cioè in un certo qual giorno in una caccia, ben equipaggiato e pieno di slancio dalle parti del Pedemonte quasi ai confini della Marca Trevigiana; e avendo comandato ai suoi servi che preparassero la cena e il luogo del riposo dopo la caccia dalle stesse parti nel luogo di Campese (in loco Campisionis), in quello stesso giorno – sia che il destino così avesse stabilito, sia che i servi non avessero ben inteso l’ordine di quel terribile signore – vedeva egualmente nel sogno che la sua cena e il luogo del riposo era stata preparata molto lontano dal luogo che aveva ordinato e nel quale stimava doversi riposare dopo la caccia. Era infatti a quasi più di cento miglia, nel mezzo alla Lombardia, cioè a Soncino, e non avrebbe potuto dormire, se prima non avesse fatto quel lungo cammino, e dopo essersi molto duramente affaticato nella caccia, si sarebbe stancato molto di più per andarsi a riposare. Dormendo, dunque, provò tanto sdegno per l’ordine non osservato, che si svegliò immediatamente dal sonno […] Ezzelino vide questa visione nell’anno del Signore 1259, il 2 febbraio, proprio nel giorno della purificazione di Santa Maria.” [2]. Nel settembre del 1259, nella battaglia presso Cassano d’Adda, Ezzelino fu ferito e preso prigioniero. Pochi giorni dopo morì nella rocca di Soncino all’età di 65 anni essendo nato nel castello di Romano sul mezzogiorno del 25 aprile 1194.
Nel Castelvecchio di Campese, tra i suoi fedeli uomini del Canale e del Pedemonte, certamente sarebbe stato al sicuro; ma Ezzelino mirava ad altro e oltre i confini della Marca.

Sempre secondo il cronista Rolandino, Ezzelino fu privato della sepoltura nel monastero di Santa Croce di Campese dove riposavano i suoi avi.
Dopo la morte di Ezzelino e lo sterminio della sua famiglia tutte le memorie ezzeliniane vennero rimosse dai vincitori ma questo ricordo del “castello di caccia” del grande personaggio rimase radicato nella memoria popolare e nobilitato dall’attribuzione di una importante antichità come quella della più vecchia casa del paese. E’ interessante l’attributo di casa al Castelvecchio, si tratta cioè di una dimora ragguardevole, quella che nel linguaggio del latino notarile del Medioevo viene definita come domus.
Dalla contrada del Castelvecchio partono i sentieri che risalgono la montagna Campesana e la Caina e si controlla, da Nord, il percorso che costeggiando i prati arriva al luogo di San Martino e alle sorgenti della Rea. E’ il luogo ideale per la caccia e il riposo, come aveva sognato, invano, il grande signore della Marca il 2 febbraio 1259 giorno della purificazione di Santa Maria, quando, di primo mattino, nella pieve di San Martino si accendevano le rituali candele della nuova stagione dell’anno.

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[1Lettera di d. Francesco Sartori a Modesto Bonato. Senza data, conservata nell’ Archivio Arcipretale di Campese.

[2Rolandino, Chronicorum, XI, cap. XIV.

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Testo in versione integrale

Data di pubblicazione: 15 agosto 2010
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